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Il
cast artistico
MARLENA -
Lizzy
Caplan
LILY
- Jessica
Lucas
HUD
-
T.J.
Miller
ROB -
Michael
Stahl-David
JASON -
Mike
Vogel
BETH
-
Odette
Yustman
Il cast tecnico
REGIA -
Matt
Reeves
SCRITTORE -
Drew
Goddard
PRODUTTORE - J.J.
Abrams/Bryan
Burk
PRODUTTORE ESECUTIVO - Guy
Riedel -
Sherryl
Clark
DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA - Michael
Bonvillain
SCENOGRAFIA
-
Martin Whist
MONTAGGIO -
Kevin
Stitt,
A.C.E.
COSTUMI -
Ellen
Mirojnick
Sinossi
Alla vigilia della sua partenza per il Giappone,
Rob
(Michael
Stahl-David) ha organizzato una festa di arrivederci,
nel corso della quale intende rivelare ai suoi amici ciò che
realmente pensa di loro, per dare voce ai suoi sentimenti più
intimi e per recidere legami irrisolti. Il suo piano, però, va
a monte per via di un evento totalmente imprevisto: nel corso
della festa gli invitati ammutoliscono quando la televisione
annuncia che è in corso un violento terremoto. Quindi tutti si
precipitano sul tetto per valutare i danni del sisma. Una palla
di fuoco esplode in lontananza. Salta la corrente. La confusione
si trasforma in panico e gli invitati si riversano caoticamente
in strada. Fra grida umane e boati disumani,
Rob e i suoi amici si fanno
largo in un paesaggio irriconoscibile, che è stato fagocitato da
qualcosa di soprannaturale, di terrificante, di mostruoso …
La
Paramount
Pictures Presenta una Produzione “A Bad Robot”: “CLOVERFIELD”,
con Lizzy
Caplan, Jessica
Lucas,
T. J.
Miller,
Michael
Stahl-David,
Mike
Vogel e
Odette
Yustman. Il film è diretto da
Matt
Reeves e scritto da
Drew
Goddard. I produttori sono
J.J.
Abrams e
Bryan
Burk. I produttori esecutivi sono
Guy
Riedel e
Sherryl
Clark. Il direttore della fotografia è
Michael
Bonvillain, ASC, la scenografia è di
Martin
Whist, il montaggio
di Kevin
Stitt,
A.C.E, i costumi di
Ellen
Mirojnick, gli effetti
visivi di Double Negative e
Tippett Studio.
The
making of
Cloverfield
“Viviamo in un’epoca di grande paura. Vedere un film che
descrive un evento assurdo, quale un’enorme creatura che attacca
un’intera città, consente al pubblico di elaborare quella paura
profonda in modo liberatorio e non dannoso. Anch’io vorrei
vivere questa esperienza, andare al cinema e vedere un film
esagerato ma ultrarealistico: e ‘Cloverfield’ certamente lo è” –
J.J.
Abrams,
produttore di “Cloverfield”
-
Il
seme di “Cloverfield” è stato piantato nel giugno del 2006,
quando il produttore, scrittore e regista
J.J.
Abrams si trovava
in Giappone per il lancio promozionale di “Mission:
Impossible
III”, della
Paramount.
- Il
creatore di serie televisive di grande successo quali
“Felicity”, “Alias” e “Lost”, che ha esordito nella regia
cinematografica con “MI: III” e che presto dirigerà “Star
Trek”, si trovava in un negozio di giocattoli con suo figlio
Henry, e lì ha notato un’incredibile quantità di giocattoli di
Godzilla. Spiega
Abrams: “Sono rimasto colpito dal fatto che in
Giappone il mito di Godzilla sia ancora vivo, mentre negli Stati
Uniti è ormai finito nel dimenticatoio”.
-
Poco dopo Abrams ha concepito l’idea di fare un film con un
nuovo mostro, ma con un approccio totalmente diverso da quello
di “Godzilla” e dei suoi numerosi sequel e remake. “Ho iniziato
a pensare, cosa farei se vedessi un mostro alto quanto un
grattacielo, di fronte al quale sembro un granello di sabbia?
Mi piaceva l’idea di inquadrarlo dal basso, e non dal punto di
vista onnipotente o del regista”.
- Abrams ha contattato il suo frequente collaboratore
Drew
Goddard, lo sceneggiatore con cui ha lavorato sia in “Alias” che
in “Lost”.
-
“J.J. mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Drew, devo parlarti, si
tratta di un grosso progetto,’” racconta lo scrittore. “JJ
aveva concepito l’ossatura di un film su un mostro gigantesco,
girato con una cinepresa manuale. Gli ho subito risposto: “Certo
che mi interessa!”
-
“Drew è stata la prima persona a cui ho pensato perché conosco
la sua abilità nell’unire il senso della spettacolarità con il
lato umano della commedia”, afferma Abrams.
-
Aggiunge il produttore Bryan
Burk: “Questo film rientra
certamente in un genere ben preciso, tuttavia la nostra
intenzione era anche quella di fare un film sulla gente che vive
questa esperienza, un film che si basa sulle emozioni. Nessuno
sarebbe stato più adatto di Drew”.
-
Abrams e Goddard si sono incontrati una settimana dopo e hanno
messo a punto il primo atto del film, in cinque pagine, che in
seguito Goddard ha ampliato in un trattamento di 58 pagine nel
corso delle vacanze di Natale. L’idea - che
Abrams ama definire
“l’incontro fra Cameron
Crowe con ‘Godzilla’ e ‘Blair
Witch
Project’” – è stata presentata ai dirigenti della
Paramount,
Brad
Weston e
Brad
Grey, che ne sono rimasti subito conquistati
e hanno dato il via libera al progetto. “Tutti hanno aderito
con entusiasmo, ed è stata un’esperienza memorabile”.
-
“Penso sia raro che un film mantenga le sue aspettative”,
osserva il produttore esecutivo Sherryl
Clark. “Anche ora, a
film finito, continuo a provare lo stesso entusiasmo di quando
era ancora solo un progetto di 5 pagine!”
-
Mentre Goddard sviluppava il copione, i produttori hanno
iniziato a pensare a un regista, e alla fine hanno optato per
Matt
Reeves.
Abrams e
Reeves si conoscono da molti anni, da
quando, entrambi tredicenni, si incontrarono a un festival di
film in 8mm. I due ormai sono colleghi: nel 1998 hanno creato
insieme la serie televisiva “Felicity” e da allora sono rimasti
stretti collaboratori.
-
Nonostante Reeves possa inizialmente essere sembrato un
candidato alquanto insolito, poiché non aveva esperienza nei
progetti di questo genere, ricchi di effetti visivi,
Abrams
sapeva che sarebbe stato l’uomo giusto per questo lavoro.
“Questo film è totalmente diverso da ciò che
Matt ha fatto
finora”, afferma Abrams. “Ma la ragione per cui l’ho scelto, è
il suo interesse nei confronti dei personaggi; sapevo che li
avrebbe curati con molta attenzione, diversamente da come si
comportano la maggior parte dei registi di videoclip o
pubblicità. Molti horror, oggigiorno, non sono altro che film
violenti e semi pornografici, in cui lo spettatore non riesce
affatto identificarsi. Matt invece familiarizza con i
personaggi”.
-
Infatti il film, al di là della presenza di un mostro gigantesco
che terrorizza New York City, è essenzialmente incentrato su un
gruppo di persone unite in un momento di estrema difficoltà.
“CLOVERFIELD” parla di un gruppo di amici che partecipano a una
festa in onore di Rob (Michael
Stahl-David), un ragazzo che sta
per trasferirsi in Giappone. Fra loro c’è
Hud (T.J.
Miller),
che ha il compito di documentare l’evento con l’utilizzo di un
camcorder, di cui però non è molto esperto.
-
“La cosa interessante di questo progetto”, dichiara
Reeves, ӏ
l’idea di riprendere una storia così incredibile da un punto di
vista intimo, una tecnica in cui si percepisce bene l’atmosfera
che regna fra i personaggi, le loro sensazioni, la loro paura,
le loro reazioni. La difficoltà era proprio quella di prendere
qualcosa di straordinario e di assurdo come l’aggressione da
parte di un mostro, e di trattarla in modo ‘realistico’”.
- Il
realismo è stato ottenuto grazie all’idea concepita inizialmente
da Abrams, secondo la quale il film doveva essere girato dal
punto di vista della videocamera di
Hud, che racconta in modo
amatoriale, i complicati rapporti fra i personaggi e la loro
reazione all’attacco del mostro.
- La
prima parte del film presenta una sequenza di 20 minuti della
festa, in cui si delineano chiaramente i rapporti fra gli
invitati. “Mi piaceva l’idea di un film che all’inizio sembra
incentrato solo sui personaggi e che invece dopo pochi minuti
diventa tutt’altro”, spiega
Reeves. “Dopo aver descritto la
complessa rete di queste amicizie, e il modo in cui gli amici si
relazionano fra loro, sulla scena irrompe un mostro spaventoso
che ribalta completamente la situazione e alza di gran lunga il
tiro.”
-
Aggiunge Goddard: “Nel momento in cui salta la testa della
Statua della Libertà, il pubblico non avrà più la chance di
soffermarsi sulla psicologia dei personaggi, quindi è importante
che la situazione sia chiara, prima che il disastro prenda il
sopravvento”.
-
Reeves è stato abile nell’imbastire un importante filo
conduttore in tutto il film, quella della precedente relazione
fra Rob e Beth (Odette Yustman). Hud sta inconsapevolmente
registrando le immagini su una cassetta in cui Rob aveva
precedentemente filmato i momenti felici trascorsi con la sua
ragazza. “In questo modo il pubblico capisce che Rob e Beth
hanno avuto una storia”, spiega Reeves. “E’ stato un modo per
creare una vicenda parallela’”.
- Il
film ha inizio con il materiale amatoriale, per lo più girato da
Michael Stahl-David stesso, utilizzando una piccola
videocamera. Tuttavia, altre parti appaiono alla rinfusa in
tutto il film, come potrebbe succedere dopo un evento shock che
ha indotto Hud a interrompere brevemente la registrazione; in
quel momento il pubblico vede le immagini della registrazione
originale della cassetta, ma subito dopo Hud riprende la
telecamera e ricomincia a girare.
-
“Si vedono due persone che stanno insieme, intervallate da un
altro evento”, spiega il regista. “Andando avanti e indietro
fra questi due momenti nel tempo, il fattore drammatico acquista
intensità. Infatti, il pubblico che segue l’avventura del
gruppo di amici che tenta di sfuggire al mostro, grazie alle
informazioni raccolte dal materiale girato in precedenza in cui
si vede Rob innamorato di Beth, capisce meglio il legame fra i
due ragazzi e il motivo per cui lui cerca in tutti i modi di
portarla in salvo”.
- “Abbiamo pensato che in un film ipercinetico come questo, fosse
importante ricavare degli spazi in cui lo spettatore si ferma e
cerca di trovare nuovamente un punto di contatto con i
personaggi”, osserva Reeves. “Dopo una serie di esperienze
estreme, diamo allo spettatore la possibilità di capire il
background, di partecipare alla storia. Gli interludi romantici
sono molto importanti: senza di loro, il film sarebbe simile a
un video game”.
La
visione del mostro da parte di Hud
- Il
film è paragonabile ad un’adrenalinica corsa sulle montagne
russe, tuttavia conserva il contatto del pubblico con i
personaggi attraverso l’occhio di una singola macchina da presa.
Una tecnica che non si allontana dai protagonisti e che descrive
ciò che accade intorno a loro, uno stile di ripresa che negli
ultimi anni è diventato molto diffuso: la videocamera.
.-
“Quando ho iniziato a pensare a questo film, mi è venuto in
mente l’attuale fenomeno di YouTube”, spiega
Abrams. “Visitando
il sito, si trova sempre un video, girato in qualche parte del
mondo, in cui qualche sconosciuto ha ripreso le reazioni delle
persone, da un punto vista inosservato”.
- Burk concorda: “Oggigiorno non c’è incidente che non venga
ripreso, in qualche modo documentato. La stessa cosa accadrebbe
senz’altro se un mostro gigantesco attaccasse una città!”
-
Questo genere di materiale – così come mostrano gli innumerevoli
video amatoriali delle catastrofi – ha un effetto insolito sullo
spettatore. “Nell’era di YouTube si è diffusa una mentalità
voyeuristica, la gente è interessata a guardare quello che fanno
gli altri, a spiare persino le loro attività più banali”,
osserva Goddard.
“Soprattutto se è uno spettacolo reale, la gente non si stanca
mai di guardarlo, è una vera e propria intrusione nella vita
degli altri”. E sappiamo che, affinché il film funzioni, deve
sembrare reale. Il film inizia sbirciando nella festa di un
gruppo di amici, una situazione assolutamente reale, così quando
si scatena il caos, automaticamente si trasferisce quella
sensazione di realtà anche al mostro stesso”.
-
Gli attori hanno tutti vissuto un’esperienza unica. “Ci siamo
sentiti parte integrante del film”, spiega Jessica
Lucas, che
interpreta Lily. “Ci siamo identificati totalmente nei nostri
personaggi”.
- La
difficoltà dei filmmakers è stata proprio quella di ricreare il
genere di riprese amatoriale in un grande film cinematografico.
“Ci siamo chiesti, ‘Come sarebbero le riprese amatoriali di un
evento orrendo e spontaneo?’”, dice Abrams. Spiega
Reeves:
“Per creare l’illusione della videocamera, abbiamo lavorato
senza i consueti mezzi cinematografici, che generalmente
utilizzano il grandangolo e varie angolazioni per mostrare i
diversi punti di vista. Tutto ciò che si vede nel film proviene
dalla telecamera di Hud e quindi solo dal suo occhio”.
- Il
limite imposto dalla narrazione alle normali riprese di una
produzione, si sono rivelate un elemento chiave per rendere
l’autenticità del film. “Doveva sembrare una ripresa effettuata
da un cameraman non professionista”, continua
Reeves, “da
qualcuno che si trova per caso in una situazione incredibile”.
-
Bisognava quindi creare l’effetto di un amatore alle prese con
una videocamera, con cui cerca di documentare il frenetico caos
intorno a lui. “Le riprese dovevano sembrare assolutamente
improvvisate,” afferma il direttore della fotografia
Michael
Bonvillain. “Ma dovevano comunque essere in grado di raccontare
la storia e catturare l’attenzione del pubblico”.
- Un
altro importante fattore di questa tecnica, che non fa altro che
aggiungere terrore e tensione in molte scene, è l’idea che
l’operatore non sempre riesca a riprendere i momenti ‘clou’,
quali le azioni del mostro. “Spesso il materiale girato dai non
professionisti mostra prevalentemente il panico e le reazioni
della gente, e non quello che sta succedendo”, spiega
Abrams.
-
“Ciò che non si vede fa ancora più paura”, aggiunge
Reeves. “Il
pubblico è lì con Hud, non c’è un’altra angolazione che mostra
ciò che l’operatore non vede. Ogni momento è carico di tensione
perché fuori dall’inquadratura forse sta accadendo qualcosa di
orribile. Ma lo spettatore non lo sa, perché la videocamera non
è puntata in quella direzione. Quindi molto è lasciato
all’immaginazione”.
-
Questa tecnica ha un effetto intrigante sul pubblico. Spiega
Sherryl
Clark: “Il film fornisce solo alcuni scorci dell’azione
e questo eccita e spaventa il pubblico, rendendolo desideroso di
vedere cosa sta accadendo, di saperne di più”. Infatti in
“CLOVERFIELD” spesso si sentono solo i personaggi che
commentano: “Che cosa è stato? Lo vedi? Che cos’è?”
-
“L’idea è che tutto ciò che accade è casuale, si vede solo con
la coda dell’occhio e non si è mai sicuri di cosa sia”, spiega
il supervisore agli effetti visivi Michael
Ellis. “Hud viene
guidato dalle indicazioni fornite dagli altri personaggi, i
quali spesso vedono le cose prima di lui e lui allora punta la
videocamera verso quella direzione, ma spesso è troppo tardi:
infatti i suoi amici stanno già fuggendo”.
-
Realizzare riprese amatoriali non è stato un compito facile per
un professionista come Chris
Hayes. “Chris è straordinario”,
racconta Reeves. ”Ma qualche volta era troppo bravo e gli
dicevo, ‘non va bene così, deve essere più
accidentale’. Perché
dovevano sembrare delle riprese che chiunque possa realizzare”.
-
Alla fine i filmmakers hanno trovato una soluzione abbastanza
ovvia: l’attore T.J.
Miller, che interpreta
Hud, ha operato la
cinepresa da solo, in diverse sequenze. “T.J. ha effettuato
molte riprese”, spiega Bonvillain. “Scherzava sempre sul fatto
che avremmo dovuto dargli la qualifica di operatore oltre che di
attore!”
-
L’idea di mettere
Miller dietro la videocamera ha avuto diversi
vantaggi. “Da un lato aveva un buon istinto rispetto a quello
che doveva riprendere perché nel film lui
è
Hud”,
continua Bonvillain. “Inoltre, la sua collaborazione ci ha
fornito la giusta prospettiva degli altri attori nella scena,
come ad esempio quando parlano con lui”.
- "In questo film non sono stato solo attore", dice
Miller. "Ho
fatto anche il cameraman e in un certo senso anche il
doppiatore, dato che per lo più ho lavorato con la voce ".
- "E’ stata dura. Dovevo dividermi fra le riprese e la
recitazione e a volte non sapevo più a cosa dare priorità. Mi
sentivo come un giocoliere!"
-
Spesso, quando uno degli operatori professionisti era impegnato
a girare una scena, Miller si piazzava dietro di lui guidandolo,
con le mani sulle spalle, per fornire una prospettiva più
realistica dell’inquadratura. E in alcuni momenti anche
l’operatore che stava riprendendo la scena dal punto di vista di
Hud, doveva calarsi nei panni di
Miller.
- Organizzare intere scene girate con una videocamera,
spesso con campi lunghissimi, ha richiesto enorme abilità e
pianificazione. In un film classico, ogni scena è
costituita da diversi tagli fotografati da varie angolazioni,
ognuna delle quali fornisce un’informazione specifica. In
“CLOVERFIELD”, il
frenetico movimento della cinepresa doveva essere attentamente
pianificato per catturare l’azione che
Reeves voleva mostrare al
pubblico.
-
“Dovevamo rendere ‘accidentali’ scene che in realtà erano state
provate e riprovate fino alla perfezione”, spiega il regista.
Aggiunge Abrams: “Matt ha svolto un lavoro veramente complicato,
ha reso le riprese continuative con una messa in scena che
sembra del tutto spontanea, mentre non lo era affatto”.
-
Gran parte delle riprese del film sono state pianificate con
molto anticipo, usando la “previsualizzazione” fornita dalla
società di Los Angeles Third
Floor. Dice
Michael
Ellis. “Questa
tecnica ha fornito agli attori e al cameraman alcuni importanti
indizi rispetto a come muoversi e da cosa fuggire”. Se era
Miller a riprendere una scena,
Reeves e
Bonvillain entravano
nelle prove con lui. Qualche volta riprendevano le prove con una
videocamera più piccola, quindi ritoccavano la scena prima di
girarla definitivamente.
- Le
scene in cui si vede il mostro hanno richiesto un’attenta
strategia, sempre per limitare la visione della creatura e per
fornirne solo rapide e fugaci apparizioni durante le prime
sequenze del film, per poi gradualmente darne una visione più
completa nel corso della storia. Il mostro viene per lo più
inquadrato dal basso, dal punto di vista delle persone, di
Hud.
“Una prospettiva davvero particolare”, osserva
Reeves.
-
“Ma alla fine”, aggiunge Goddard, “ci siamo resi conto che il
pubblico aveva il diritto di vedere il mostro”. Le vedute aeree
del mostro che si vedono nei film tradizionali, e che in gergo
cinematografico si chiamano “Occhio di Dio”, sono assenti in
“CLOVERFIELD”, a parte un paio di sequenze attentamente
pianificate, come quella dell’elicottero. “Nella scena
all’interno del negozio di elettronica, in cui la gente si
riunisce davanti a un televisore per vedere il notiziario, si
vede l’immagine del mostro dal punto di vista di un elicottero;
in quel momento il mostro dimena la coda, distruggendo un pezzo
del Ponte di Brooklyn”, spiega il regista.
- Si
ha una visione più ravvicinata del mostro quando
Hud viene
attaccato dalla creatura, e quindi la videocamera rivela
brevemente l’interno delle sue fauci, prima che venga risputato
fuori e catapultato sul terreno. Racconta
Reeves: “Drew mi ha
detto: ‘Non c’è niente di più eccitante, per chi ama questo
genere, dell’idea di essere ingoiato da un grande mostro
orrendo!’”
Il
casting di CLOVERFIELD
- Dato lo stile unico e personalissimo di “CLOVERFIELD”, i
filmmakers hanno cercato attori che non avessero dei volti
immediatamente riconoscibili. Reeves e
Abrams hanno riunito un
variegato gruppo di giovani attori di grande talento:
Lizzy
Caplan, Jessica
Lucas,
T. J.
Miller,
Michael
Stahl-David,
Mike
Vogel e
Odette
Yustman. Una strategia che
Abrams ha già usato
con successo e che ha lanciato la carriera di attori del calibro
di Keri
Russell,
Jennifer
Garner,
Scott
Speedman ed
Evangeline
Lily.
-
“Volevamo scritturare persone di talento che però il pubblico
non avesse mai visto prima”, spiega Abrams. La ragione
principale, aggiunge il regista Matt
Reeves, è che “anche se si
tratta di un grande film sui mostri, lo abbiamo realizzato in
modo indipendente. E quindi gli attori non dovevano risultare
riconoscibili”.
-
Il
ruolo principale di Rob è stato affidato a
Michael
Stahl-David, apparso nella serie di successo “The Black
Donnellys”.
Stahl-David ha subito trovato un’intesa con il
regista Reeves. “Ero entusiasta all’idea di recitare in un film
a soggetto, e soprattutto con un regista come
Matt, perché mi è
sembrato molto interessato ai personaggi e alle loro sfumature.
Infatti si entusiasmava molto quando parlavamo delle dinamiche
fra i protagonisti. Ha un modo di lavorare piuttosto
sperimentale, in cui mi sono sentito libero di esprimermi".
- L’originale personaggio di Hud, che il pubblico ha l’opportunità
di sentire più che di vedere, è incarnato da
T.J.
Miller.
“Ho incontrato il direttore del casting e abbiamo parlato del
fatto che sono un comico”, racconta Miller, originario di
Second
City.
- Nonostante i dettagli del progetto siano rimasti segreti durante
i provini, a
Miller è stato assicurato che avrebbe avuto
occasione di esprimere il suo umorismo, nel corso del film.
Tuttavia, il suo provino è stato
tutt’altro che comico.
"Durante l’audizione mi hanno dato del materiale molto serio e
drammatico", racconta l’attore. "Quindi ero piuttosto confuso.
Alla fine però il direttore del casting mi ha detto: “Sei stato
grande, ma purtroppo il mio assistente ti ha dato il monologo
sbagliato. Ora ti daremo le battute
giuste'. Quindi ho letto
delle pagine più consone al mio personaggio, che è un ragazzo
molto simpatico, anche se si vede solo per tre minuti!"
-
Era importante che i filmmakers trovassero qualcuno pieno di
umanità e compassione per impersonare il narratore del film. E’
un ragazzo ‘qualsiasi’, che emerge fra i sofisticanti e rampanti
abitanti di Manhattan. “T.J. incarna tutti noi”, afferma il
produttore esecutivo Clark. “Il pubblico certamente si
identifica in T.J. perché il personaggio di
Hud è ricco di
umanità, di emozioni e di senso dell’umorismo. E’ un ragazzo con
cui è facile identificarsi. Non solo è la voce del film, ma
anche il suo cuore”.
-
“Tutti hanno un amico come Hud”, dice il produttore
Bryan
Burk.
“E’ un ragazzo un po’ imbranato che è sempre al tuo fianco
quando hai bisogno di lui. Un pazzoide che tutti adorano”.
Aggiunge il regista Reeves: “Abbiamo pensato che la sua presenza
dietro la cinepresa sarebbe stata memorabile”.
-
Jessica
Lucas
descrive il suo personaggio, Lily, come “una ragazza che ama
comandare, una sorella più grande che ha sempre il controllo
della situazione. L’unica del gruppo che ha uno scopo preciso
nella vita. E’ lei che guida i suoi amici nel corso di questa
notte assolutamente incredibile”.
-
Jessica, originaria di Vancouver e interprete di “CSI” in onda
su
CBS, è giunta sul set di “CLOVERFIELD” in modo alquanto
fortuito. “Mi ha chiamato il mio agente per avvertirmi che
avevo un provino per un film di J.J.
Abrams, ma non avevo il
copione, né le battute, niente di niente. Non sapevo come
prepararmi all’audizione, e quindi ho preparato una cassetta.
Ho atteso sei settimane e quindi ho deciso di inviare un’altra
cassetta. Due settimane dopo mi hanno chiamato per un meeting
con J.J.,
Bryan
Burk e
Matt, mi hanno fatto leggere, e in
quella sede mi hanno detto che avevo ottenuto la parte. Sono
stata felicissima!”
- Il
produttore esecutivo Clark chiarisce a proposito delle sei
settimane di silenzio: “Jessica aveva mandato la cassetta del
provino e l’avevamo visionata. Nel frattempo abbiamo vagliato
altre centinaia di attrici e non riuscivamo a trovare la persona
giusta per il ruolo che avevamo in mente. A un certo punto il
nostro manager di produzione ci ha fatto il nome di una attrice
con cui aveva lavorato, di nome Jessica
Lucas, e questo ci ha
ricordato che avevamo già sentito il suo nome. Perciò abbiamo
ritrovato la sua cassetta, l’abbiamo chiamata e abbiamo subito
fissato un incontro con lei. Quando è arrivata, le abbiamo fatto
un provino e subito le abbiamo offerto la parte. Abbiamo
iniziato a girare qualche giorno dopo”.
-
L’esperienza di Clark con la
Lucas durante la produzione ha
consolidato la sua fiducia nelle capacità della giovane
attrice. “Possiede la qualità della vera star. E’ bella e
sensibile. Il ruolo di Lily era particolarmente importante
perché la sua presenza sullo schermo è più assidua di quella
degli altri”.
-
Anche
Odette
Yustman ha avuto un percorso altrettanto
fortunato per giungere a “CLOVERFIELD”, nel ruolo di
Beth, la
ragazza di cui Rob è innamorato. Racconta
Clark: “Matt
Reeves,
Bryan
Burk ed io stavamo uscendo da una riunione e ci siamo
fermati presso l’ufficio del casting.
Odette era seduta nella
sala d’attesa e Alyssa, il nostro direttore del casting, ha
detto: ‘Vi dispiace entrare un attimo? Vorrei presentarvi questa
ragazza, secondo me è eccezionale.’ Infatti siamo rimasti
sbalorditi. Non appena l’abbiamo vista, abbiamo capito che era
Beth. E’ bella, simpatica e intelligente”.
- I
due volti più riconoscibili in "CLOVERFIELD" appartengono a
Lizzy
Caplan (Marlena) e a
Mike
Vogel (Jason). La
Caplan non ha avuto, in passato, problemi a interpretare
personaggi ‘scomodi’ quali la cinica Janis
Ian in "Mean
Girls" o
l’antipatica Kat
Warbler nell’apprezzata serie "The Class". Con
lo stesso entusiasmo, l’attrice ha affrontato il ruolo di
Marlena. "Ero entusiasta all’idea di lavorare con
J.J.
Abrams,
sono una grande fan di ‘Lost’", dichiara la
Caplan, che non è
rimasta affatto sorpresa dal velo di mistero che ha circondato
la sua audizione. "Non sapevamo niente del film, solo che
c’era J.J. Quello che abbiamo letto non erano scene tratte dal
film ma da show televisivi come 'Alias'.
- Gli attori hanno avuto un primo assaggio del copione, con una
scena iniziale in cui sei personaggi di circa
vent’anni sono
coinvolti in amori non corrisposti, infatuazioni e amicizie
complicate. “All’inizio ho pensato che si trattasse di un film
sul percorso di formazione di un gruppo di ragazzi, un po’ come
‘Giovani, carini e
disoccupati’,” spiega la
Caplan. “Ma poi,
durante la seconda audizione, mi sono resa conto che non era
così, perché dovevo piantare un coltello nel cuore di
T.J.
Miller, nel corso di una sequenza ricca di adrenalina. I
produttori ridevano e si divertivano perché non avevamo alcuna
idea di cosa stesse accadendo”.
- Si
è instaurata una chimica molto particolare fra
Miller e la
Caplan. Dice
Reeves: “Il rapporto sullo schermo fra
T.J. e
Lizzy ci ha convinto a scritturarli e a sviluppare il loro
rapporto”.
- Vogel aveva precedentemente recitato con
Kurt
Russell in
“Poseidon”, con
Jennifer
Aniston in “Vizi di famiglia” e al
fianco di Jessica Biel nel recente remake di “Non aprite quella
porta”. “Mike ha molta più esperienza di cinema rispetto al
resto del cast”, dice Clark. “Era sicuramente l’attore più
esperto quando ha fatto il provino insieme a
Michael
Stahl-David. Stavamo cercando di unire gli attori e cercare una
chimica fra loro. Nel provino Mike doveva bere una birra con un
altro attore. E’ stata una scena molto simpatica e realistica,
Mike ci ha conquistato e lo abbiamo scritturato subito”.
-
Tuttavia, questi sei attori di talento, dopo essere stati
scritturati in un grande thriller di fantascienza prodotto da
J.J.
Abrams, hanno dovuto firmare un documento in cui si
impegnavano a non rivelare a nessuno alcuna informazione
rispetto al film.
La
creazione di un mostro migliore
- Gli effetti visivi di “CLOVERFIELD” sono stati realizzati sotto
la direzione dei supervisori agli effetti visivi
Kevin
Blank,
Eric
Leven di
Tippett Studio e
Michael
Ellis della società
londinese Double Negative.
Tippett Studio ha creato tutte le
riprese del mostro, mentre la Double Negative è stata
responsabile di tutte le sequenze in cui hanno luogo gli effetti
distruttivi in cui non compare la creatura.
-
L’idea relativa al mostro (affettuosamente chiamato “Clover”
dagli addetti ai lavori) è molto semplice. Dice
Abrams: “E’ un
cucciolo, confuso e disorientato, molto collerico. E’ rimasto
nell’acqua per migliaia e migliaia di anni”.
- E
da dove viene? “Non possiamo rivelarlo”, afferma
Goddard. “Nel
nostro film non c’è uno scienziato in laboratorio con il camice
bianco che a un certo punto spiega come stanno le cose".
-
Non solo questa creatura è disorientata, ma è su tutte le
furie. “E’ circondato da esseri insignificanti – gli umani –
che lo disturbano, che lo attaccano come se fossero una sciame
di api”, osserva Reeves. “Ma nessuno di loro può effettivamente
ucciderlo, riescono solo a ferirlo e lui non capisce cosa sta
succedendo. Si trova in un ambiente totalmente nuovo e ha
paura”.
-
Per il design del mostro, Abrams ha voluto Neville Page, un
artista di incontestata bravura in questo campo, che ha di
recente creato i personaggi dell’imminente film di
James
Cameron, “Avatar” (e che sta attualmente lavorando in “Star
Trek” di Abrams).
-
“Il cinema è pieno di film sui mostri, perciò la nostra
difficoltà era quella di creare un personaggio unico”, spiega
Abrams. Il produttore conosceva il lavoro di Page grazie ai
DVD
da lui realizzati per The Gnoman Workshop. “Una delle cose che
mi ha colpito dei video di Neville è il suo approccio
estremamente realistico. Neville ama sviluppare creature
inesistenti, spiegando nel dettaglio la loro fisicità, la
muscolatura e la struttura dello scheletro”.
-
Aggiunge il produttore Burk: “Neville è stata la prima persona
che abbiamo incontrato. E’ straordinario. Non soltanto crea un
design perfetto della creatura, ma lo arricchisce di dettagli,
immaginando come cammina, come respira, la composizione della
sua pelle”.
-
Quando Page ha ultimato i disegni, il
Tippett Studio ha dovuto
mettere a punto e rifinire il mostro per le poche ma cruciali
riprese in cui appare. “Abbiamo fatto un test, inserendolo in
un fondale che mostra la città di Los Angeles”, spiega
Leven.
“Abbiamo sperimentato anche il modo in cui reagiva alla
cinepresa e alla luce”.
- Un
altro aspetto del design è stato suggerito dal regista
Reeves.
“Volevo che avesse un aspetto impaurito, come quando un cavallo
ha paura e mostra il bianco degli occhi. Ad esempio quando i
militari gli sparano contro, il mostro si agita e diventa
confuso”.
- Il
mostro è appena nato, e come prima cosa si gratta la schiena su
un edificio (distruggendolo nel corso di questa operazione), per
scrollarsi di dosso uno strato di parassiti che a loro volta
verranno liberati creando ulteriore scompiglio nella città.
-
“Drew ed io ci siamo posti il problema di come non far sembrare
totalmente irrilevanti gli altri personaggi a paragone del
mostro gigantesco”, spiega Abrams. “Come si può lottare
singolarmente contro il mostro?” Spiega
Goddard: “Dato che è
grandissimo, sapevamo che sarebbe stato difficile creare delle
sequenze ‘intime’. Nessuno dei personaggi poteva combatterlo né
scalfirlo”.
- E’
per questo che è nata l’idea dei parassiti. “Sono terrorizzati
e si propagano nella città, accrescendo l’incubo degli
abitanti”, spiega Abrams.
- “I
parassiti hanno una natura vorace e feroce”, spiega
Reeves.
“Mordono come i cani ma camminano come granchi, si arrampicano
sui muri e si attaccano alle cose e alle persone”.
-
Inoltre i parassiti si muovono molto più velocemente rispetto al
mostro. “Tippett Studio è esperto nella creazione di creature
veloci e distruttrici, in grado di ridurre qualsiasi cosa in
brandelli, e generalmente è anche un lavoro molto divertente da
svolgere”, dice Leven. “Sono piccoli esseri che si muovono
roteando e distruggono tutto ciò che trovano. Sono implacabili”.
Scompiglio nella Grande Mela
- Una delle prime scene di distruzione provocata dai capricci
devastatori del mostro è visibile al principio del film, quando
il gruppo di amici di
Rob si precipita fuori dalla casa dove è
in corso la festa, per vedere cosa sta accadendo, e la prima
cosa a cui assistono è la testa della Statua della Libertà che
rimbalza sulla strada.
- La
ripresa era originariamente concepita per un trailer di 2 minuti
girato nel maggio del 2007, che è apparso dopo qualche settimana
insieme al blockbuster estivo di
Michael Bay “TRANSFORMERS”. Il
trailer conteneva una varietà di riprese, fra cui le scene della
festa, la testa di Miss Liberty e altre immagini di
distruzione, tutte girate ancor prima che avesse inizio la
produzione del film.
-
“La sequenza della testa della Statua della Libertà è stata una
grande prova di fede da parte dello studio”, spiega
Burk. Ma il
trailer ha avuto un impatto immediato sui fan del genere. “La
reazione era proprio quella sperata”, osserva
Abrams. “Nessuno
aveva ancora sentito parlare di questo film. Non avevamo ancora
neanche il titolo”.
- I
filmmakers intendevano mantenere il massimo riserbo rispetto
alla produzione, fino al momento del lancio pubblicitario.
-
“Volevamo fare un film di cui nessuno sapesse nulla e che il
pubblico scoprisse al momento giusto, come accadeva quando
eravamo bambini”, dice Abrams.
-
L’interesse nel film, suscitato unicamente dal trailer, è stato
notevole “Certamente non mi aspettavo questa esplosione di
curiosità rispetto al progetto, che è stato continuamente
monitorato dai fan”, dice il produttore esecutivo
Clark. “La
gente sgattaiolava continuamente sul set con macchine
fotografiche e telecamere. Il pubblico è molto interessato a
JJ
e a quello che ha da dire”.
- A
proposito del titolo del film, uno degli agenti di
Abrams e
Burk,
John
Fogelman, avendo visto troppe volte la parola
‘mostro’ negli scambi di e-mail, ha consigliato di denominare il
progetto “Cloverfield”, prendendo spunto dal nome di una delle
strade vicino all’ufficio di Abrams a West Los Angeles. “Quando
abbiamo iniziato a lavorare per il film, questo era diventato un
po’ il suo soprannome. Pensavamo che non fosse adatto al titolo
di un film”, spiega Abrams. “Avevamo già in mente un altro
titolo, ‘Greyshot’, dal nome del ponte sotto al quale
Rob e
Beth
si nascondono a Central Park, alla fine del film, ed eravamo
pronti ad annunciare il titolo al Comic-Con. Ma tra i fan si era
già diffuso il nome di ‘Cloverfield’ e quindi abbiamo deciso di
mantenere quel titolo”.
- La
scioccante sequenza della testa della Statua della Libertà è
stata girata in un’area della Paramount ed elaborata dalla
Hammerhead
Productions di Studio City (la ripresa è stata
rifinita dalla Double Negative con ulteriori dettagli). E’ il
personale omaggio di Abrams al film di
John
Carpenter del 1981,
“Fuga da New York”, che aveva un’immagine simile. “Amavo quel
film da ragazzino”, dice, “ma una delle cose che mi piacevano di
più era il poster che raffigurava la testa della Statua della
Libertà che giaceva su una strada di New York, un’immagine che
però non c’era nel film”, dice Abrams. “E ho sempre pensato che
fosse un’immagine assurda, spaventosa, e ho voluto inserirla nel
nostro film”.
-
Oltre alla difficoltà di creare un mostro gigantesco (alto come
un edificio di 25 piani) dall’aspetto reale (e in questo
Reeves
stato cruciale al successo del film),
Tippett Studio e
Double
Negative hanno inoltre affrontato il compito di creare scene di
distruzione che dovevano sembrare autentiche a un pubblico ormai
abituato a veder crollare edifici di New York sul grande
schermo.
-
Qualche anno fa non c’erano molte persone che avevano un’idea
dell’aspetto di un edificio che crolla. “Ora invece”, dice
Michael
Ellis, “un edificio che si accascia su se stesso
emanando un’enorme quantità di polvere è un’immagine nota a
tutti”. Osserva Leven: “YouTube ha cambiato i riferimenti visivi
della nostra realtà”.
- La
Double Negative aveva già lavorato per le scene di distruzione.
Continua Ellis: “In questo caso, l’edificio crolla perché
colpito da un mostro enorme, quindi deve cadere con una dinamica
particolare”. La nuvola di polvere provocata dal crollo degli
edifici doveva essere creata appositamente per far fronte alle
necessità di Reeves e
Abrams. “Abbiamo svolto molte ricerche in
questo senso”, dice Ellis. Il movimento della nuvola di polvere
è stato simulato attraverso l’uso della dinamica dei fluidi,
ricreando il modo specifico in cui polvere e macerie si
accumulano in un crollo a catena”.
-
Per realizzare il crollo degli edifici, le due squadre hanno
lavorato incessantemente per soddisfare il desiderio di realismo
di Reeves. “Abbiamo modellato i pavimenti dell’edificio su una
struttura esterna e quindi abbiamo distrutto l’edificio strato
dopo strato”, spiega Leven. “Abbiamo iniziato con il vetro
esterno e quindi abbiamo proceduto con i pavimenti interni.
Abbiamo persino costruito il mobilio. E’ un processo lungo e
laborioso ma chiunque lavori in questo campo, adora questo
genere di cose. In fondo qualsiasi bambino sogna di far saltare
in aria un grande oggetto!!”
-
Particolarmente difficili sono stati gli effetti visivi delle
immagini traballanti delle riprese effettuate da
Hud, il
protagonista. Oggigiorno le società di effetti speciali
impiegano generalmente una squadra di “match
movers” che si
occupano di tutti i passaggi da una inquadratura all’altra,
tuttavia l’uso della videocamera manuale di “CLOVERFIELD” ha
moltiplicato le normali difficoltà di questi effetti.
-
“Normalmente
il nostro software può risolvere la maggior parte dei problemi
di
tracking automaticamente”, spiega
Ellis. “Ma molte di
queste riprese si sono dimostrate troppo complesse. E’ stato un
compito colossale. I nostri esperti hanno seguito le riprese
manualmente, un’inquadratura dopo l’altra. Le zumate sono sempre
difficili, ma queste riprese sono state ancora più difficili per
via della loro manualità. Non c’erano movimenti gentili, la
videocamera era ovunque”.
-
Fra i monumenti più noti, distrutti dal mostro, c’è il ponte di
Brooklyn, che risale a 125 anni fa, spazzato via dalla coda del
mostro. Un’intera sezione del ponte è stata costruita nel
teatro di posa di
Downey, in California, totalmente circondato
da uno schermo verde, che in seguito è stato sostituito da un
fondale che raffigura il vero ponte. L’orda di figuranti
reclutata per la scena delle persone che si accalcano le une
sulle altre per sfuggire alla creatura sul ponte, ha in effetti
parcheggiato la macchina proprio su una struttura appositamente
costruita per riempire la scena.
-
Per riprodurre il resto del ponte, la squadra di
Ellis ha
fotografato e misurato il vero Ponte di
Brooklyn, da cui è stata
costruita una piena immagine del ponte generata al computer.
Ellis e i suoi animatori hanno anche studiato il materiale
estratto dal vero crollo del Tacoma
Narrows Bridge di
Washington, nel 1940. “Abbiamo studiato attentamente il modo in
cui i ponti sospesi si possono spezzare e quindi abbiamo cercato
di rendere la scena il più eccitante possibile”, spiega.
-
Nonostante i filmmakers mirassero al massimo realismo per il
gusto del pubblico, erano anche estremamente consapevoli delle
implicazioni di queste sequenze. “Il mostro è una metafora dei
nostri tempi e del terrore che tutti noi viviamo”, afferma
Reeves. Era importante trovare il giusto modo di affrontare
questi sentimenti, senza sminuirli o sfruttarli, senza perdere
il senso del rispetto”.
- Il
film evita infatti accuratamente di ferire l’animo di chi
recentemente è rimasto colpito da eventi tragici, quindi tratta
il soggetto con umorismo, da un punto di vista particolare, e
non perde mai di vista i personaggi. La squadra degli effetti
speciali del film ha prestato attenzione persino all’aspetto
degli edifici che crollano nel film: erano tutti piuttosto
vecchi e non evocano lo stile o la struttura delle torri del
tragico 2001.
-
“Generare sensazioni ‘difficili’ è senza dubbio uno degli scopi
di un film sui mostri”, dichiara Abrams. “E’ un classico di
questo genere. “’Godzilla’ uscì nel 1954 all’ombra delle bombe
sganciate in Giappone. All’epoca la gente sentiva ancora addosso
il terrore di quella esperienza; Godzilla li ha aiutati a
esternare questo terrore, trasformandolo in un essere assurdo ed
esagerato. Una sorta di catarsi”.
-
“Credo che questo sia uno degli aspetti più significativi del
film”, continua. “Molte delle immagini che propone sono
familiari, orribili e spaventose, ma il contesto in cui si
appaiono è grottesco e ludico, quindi il pubblico può
sperimentare una catarsi senza neanche accorgersene. Le persone
desiderano sperimentare queste sensazioni, elaborare le paure
con cui convive, senza dover però andare in terapia o seguire un
corso di studi sociali. Il film, che se ne accorgano o meno,
consente loro di liberare questi timori. Nel caso invece del
pubblico dei giovanissimi, sarà solo un bellissimo film sui
mostri”.
La paura al cinema:
una breve storia dei mostri sul grande schermo
-
“Così come ’Godzilla’ era il riflesso dell’angoscia provocata
dall’era nucleare, e dalle bombe atomiche di Hiroshima e
Nagasaki, il mostro di ‘Cloverfield’ è una metafora dei nostri
tempi, un modo di elaborare questi sentimenti, senza il rischio
di sfruttarli o sminuirli” –
Matt
Reeves, regista di
“Cloverfield”.
-
Dracula.
Godzilla.
Freddy
Krueger.
Mostri violenti, presagi del male (dalla forma umana, animale o
aliena) che scatenano il caos fra gente innocente, esseri che,
sin dall’epoca dei film muti, attirano il pubblico nelle sale,
offrendo una catarsi personale e diventando metafore delle paure
più profonde che affliggono la nostra cultura.
- Alcuni dei primissimi film sui mostri risalgono al movimento
dell’espressionismo tedesco, che risale dalla prima Guerra
Mondiale, a tutti gli anni ‘20. I classici del genere erano
“The
Golem” di
Paul
Wegener, “Il
gabinetto del Dottor Caligari” di
Robert
Wiene e “Nosferatu” di
F.W.
Murnau; affreschi assai controversi del malessere della
Germania devastata dalla guerra. Questi film hanno avuto una
influenza diretta sui tipici film americani dei mostri degli
anni ’20 e ’30, fra cui
“Frankenstein,” “Dracula,” “Il
fantasma dell’opera” e “L’uomo Invisibile” – in cui esotici
demoni stranieri incarnavano il problema della xenofobia e
dell’isolazionismo statunitense di quegli anni. Non a caso, i
‘cattivi’ del film spesso si avventavano su fragili donne in
abiti succinti, in un momento in cui il puritanesimo del paese
veniva minacciato dai “Ruggenti anni ‘20”, un periodo di grandi
cambiamenti per le donne, che non solo ottennero il diritto al
voto, ma si tagliarono i capelli, accorciarono le gonne e
ballarono il Charleston.
- Negli anni ’40 e ‘50, i mostri divennero ancora più minacciosi
nell’esprimere la paranoia e la sensazione di una tragedia
incombente che caratterizzava il periodo della Guerra Fredda.
Nonostante le rassicuranti promesse di Franklin
Roosevelt
durante l’epoca della Depressione, sembrava esserci qualcosa da
temere al di là della paura stessa. Film come “La cosa” e “La
guerra dei mondi” erano popolati da esseri mutanti o da malvagi
extraterrestri che intendevano distruggere lo stile di vita
americano. Gli invasori alieni di “Ultimatum alla Terra”
sembravano rappresentare la minaccia della dilagante ideologia
comunista russa, mentre “L’invasione
degli ultracorpi” altro non era che una velata critica
all’isterica paura del comunismo diffusa da
Joseph
McCarthy.
Ironicamente, le maggiori armi del paese non erano granché
efficaci nei confronti di creature come “Godzilla”, l’orrendo
prodotto delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, laddove le
formiche giganti di “Assalto alla Terra” sollevavano dubbi sulla
questione dell’uso del nucleare.
-
La fiorente produzione di film sui mostri, negli anni ’50, era
mitigata in parte dalla fiducia del pubblico nel potere del
governo centrale di riuscire a far fronte a queste minacce. In
fin dei conti erano usciti vittoriosi dal
II conflitto mondiale,
seguito da uno dei maggiori boom economici della storia.
Tuttavia, come negli anni ’20, la corrente conservativa e
puritana riemerse in superficie con film quali "Psycho”
e “The
Birds” di
Alfred
Hitchcock, in cui un diverso tipo di
mostri esercitavano vendetta e repressione su un genere di donna
troppo consapevole, libera e indipendente.
-
Negli anni ’60 e ’70 questa sicurezza era ormai logora e la
cieca fiducia del pubblico nelle capacità dei loro leader di
salvarli dalla crisi, era seriamente messa in dubbio. Vengono
prodotti una serie di film, in cui, quando ha luogo un disastro,
ognuno deve pensare per
sè. I mostri di “Lo squalo” e “Alien”
erano ancora più spaventosi perché prosperavano grazie
all’avidità di alcuni uomini, totalmente disinteressati alla
sicurezza della comunità.
-
La
Guerra del Vietnam contribuì a minare la fiducia del paese nel
governo, inducendo scrittori, filosofi e teologi a interrogarsi
sulle implicazioni metaforiche di questi eventi. Una tendenza
importante nei film horror era legata imprescindibilmente alla
guerra (ricordiamo la pietra miliare di
George A.
Romero del
1968 “La notte dei morti viventi”, che contiene anche un
riferimento al movimento dei diritti civili), mentre il classico
di Tobe
Hooper del 1974 “Non aprite quella porta”, denunciava la
dissoluzione della tradizionale famiglia americana. In questi
film, il nemico dell’uomo era l’uomo stesso.
- L’idea di Dio che volta le spalle alla società, affiorò durante
i film di quell’epoca, in cui primeggiava il mostro più temuto
di tutti: Satana, protagonista di alcuni dei film più importanti
del genere:
“Rosemary’s Baby”
di
Roman
Polanski, “L’esorcista” di
William Friedkin e “Il Presagio” di
Richard
Donner, in cui il
male supremo diventava ancora più tangibile (e terrorizzante),
poiché violava il corpo di un bambino.
-
Se il diavolo stesso poteva assumere la più innocente delle
sembianze, allora nessuno era al sicuro, neanche le ridenti
località residenziali fuori città. Gli anni ’80 segnarono
l’esodo della gente comune dai grandi pericoli della metropoli
(la droga, le tensioni razziali, la libertà sessuale) verso
l’ambiente apparentemente più rassicurante delle piccole
comunità di provincia; tuttavia in film come “Poltergeist”
neanche queste oasi costituiscono un porto sicuro: una famiglia
felice giunge inconsapevolmente in un territorio proibito,
sconvolgendo l’ordine naturale e soprannaturale delle cose (un
ambiente ancora una volta sfruttato senza scrupoli da persone
avide di denaro), poiché la loro villetta si erge su un cimitero
sacro in cui sono sepolti gli Indiani d’America. Ancora una
volta la vendetta è perpetrata dagli esseri più vulnerabili: i
bambini.
-
Il noto protagonista di “Psycho”,
Norman
Bates, che soffre di
turbe sessuali, gradualmente assume le fattezze di mostri
completamente folli e spietati come
Jason della serie di
“Venerdì 13”, Michael
Meyers di “Halloween” e
Freddie
Krueger di
“Nightmare”. Il messaggio di questi film agli adolescenti non
potrebbe essere più chiaro: se farai sesso, morirai. Le cose si
complicano in film quali “The Hunger” e “La mosca” di David
Cronenberg, che evoca l’epidemia dell’AIDS e la diffusione delle
malattie trasmesse sessualmente.
- Con la fine della Guerra Fredda, i mostri degli anni ’90
assumono le sembianze del normalissimo vicino di casa, che in
realtà si rivela un pedofilo, un serial killer e persino un
cannibale: ricordiamo il memorabile Dr.
Hannibal
Lecter de “Il
Silenzio degli Innocenti”; Annie
Wilkes di “Misery non deve
morire”; e John
Doe di “Se7en”.
-
Tuttavia, all’alba del nuovo millennio, un incomprensibile
orrore purtroppo estremamente reale, ha oscurato qualsiasi cosa
che fosse stata fino a quel momento mostrata al cinema. Non
solo veniva minacciata la temuta vulnerabilità del Paese per la
prima volta dopo Pearl
Harbor, ma sembrava davvero l’inizio
della fine del mondo. Ovunque c’era il senso di un’altra
potenziale devastazione: Ebola,
SARS, influenza aviaria, antrace
e surriscaldamento globale. Il cinema ha reagito con film come
“28 giorni dopo”, con il remake degli ultracorpi dal titolo “The
Invasion” e di recente con il
blockbuster “I
Am
Legend”. La
xenofobia è riemersa in una forma ancora più diabolica, in film
quali “Hostel”, “Saw” e “Touristas” – in cui le torture inflitte
ai malcapitati sono lo specchio delle recenti denunce delle
atrocità commesse sui prigionieri di guerra in Iraq. In un
altro remake, “Poseidon”, il mostro è un’onda marina che non
può non ricordare il disastroso tsunami che ha devastato il
sudest asiatico solo 2 anni fa.
-
Nello spaventoso remake di Steven
Spielberg de “La guerra dei
Mondi”, gli alieni intendono distruggere la terra e gli uomini
sono incapaci di arrestare la loro furia. Sarà l’atmosfera
terrestre, carica di virus e di batteri, in ultimo ad
arrestarli, così come accade in “The Day After
Tomorrow”, in cui
la maggior parte del Nord America è ricoperta da uno spesso
strato ghiacciato, e il tutto avviene senza alcun preavviso (o
forse non ce ne siamo resi conto), rendendo la maggior parte
degli Stati Uniti ormai inabitabile.
- La
natura di nuove, imprevedibili minacce alla nostra vita ha
creato una recente generazione di film sui mostri, che
riflettono non solo l’incertezza della nostra epoca, ma anche
il senso di impotenza che proviamo nel fronteggiare questi
ostacoli spaventosi.
Il
cast
-
Lizzy
Caplan (Marlena)
è sulla scena da poco tempo ma già vanta diversi lavori
importanti. Ha esordito con il ruolo di
Janis
Ian nel film
della Paramount “Mean
Girls” e presto la vedremo in “Crossing
Over”, con Harrison
Ford,
Sean
Penn e
Ray
Liotta. Inoltre la
Caplan ha di recente firmato un contratto per interpretare il
film della Lionsgate “Bachelor No. 2”, al fianco di
Kate Hudson,
Alec
Baldwin e
Dane
Cook. Altri recenti film in cui ha
lavorato, comprendono l’indipendente “Love
Is the
Drug”,
presentato allo Slamdance Film Festival 2006. Ha inoltre
recitato al fianco di Campbell
Scott in “Crashing”, diretto da
Gary Walkow.
-
La
Caplan ha lavorato molto anche per la televisione
con personalità del calibro di Mike
Scully,
Mike
White,
Seth
MacFarlane e
Judd
Apatow. Lo scorso anno ha interpretato la
serie comica della CBS “The Class”, creata da David
Crane e
Jeffery
Klarik, e oltre all’elogio da parte della critica,
l’attrice è stata eletta fra i protagonisti del cinema del
futuro da
Daily
Variety, “So
Five
Minutes
From
Now” di
Entertainment
Weekly;
e dal programma TV “The
Insider”. Prima di “The Class”, la
Caplan era stata la
protagonista della serie WB di Marta Kaufman “Related”, di “Tru
Calling” e di “Undeclared” della
Fox e di “Freaks and
Geeks”
della NBC.
- Jessica
Lucas (Lily),
che ha avuto un ruolo fisso nella serie “CSI”, è nata e
cresciuta a Vancouver, in Canada, e recita dall’età di sette
anni. Ha iniziato la sua carriera nel
Children's
Theatre
Arts,
prendendo parte alle produzioni teatrali di “Snow
White and the
Seven
Dwarfs”, “Grease”, “Cinderella”, “The
Mousetrap” e “Music
Medley”.
- Qualche tempo dopo, la Lucas ha ottenuto un ruolo
fisso nella serie della TV canadese “Edgemont”. Ha inoltre
interpretato il personaggio di Sue
nell’apprezzata serie
della ABC “Life
As
We
Know
It”.
- Tra i suoi film ricordiamo:
“She’s the Man” della
Dreamworks, accanto ad Amanda
Bynes, e il ruolo protagonista del
film di Screen
Gems/Lakeshore, “The
Covenant”, per la regia di
Renny Harlin.
- La Lucas divide il suo tempo fra Vancouver e Los
Angeles.
- T.J.
Miller (Hud)
interpreta il ruolo di
Marmaduke nella commedia televisiva
“Carpoolers”, in onda su
ABC.
Miller è uno stand up
comedian,
famoso per le sue improvvisazioni e per i suoi esilaranti sketch
insieme al gruppo Heavy
Weight.
Miller fa parte della Green
Company di Second City e del
Bullet
Lounge. Una sua
particolarità: spesso consuma i pasti stando in piedi.
-
Originario di Denver, nel Colorado, Miller ora vive e lavora a
Chicago. E’ apparso nello show della
PBS “The Standard
Deviants” e in vari
DVD che fanno parte di programmi di
educazione scolastica. Ha lavorato
online per la
KFC (www.chooseyoursauce.com)
e per le campagne pubblicitarie di Quaker, Old Style,
Second
City Las Vegas e The Chicago Historical Society.
Miller si
esibisce regolarmente a Chicago e a New York (con apparizione
anche a Vincennes, in Indiana, e al D.C. Comedy
Fest); è apparso
insieme al gruppo Chuckle Sandwich al Toronto
International |